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Silvano D'Orsi

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Silvano D'Orsi
Italia

Gioia Sannitica (CE) 1953





Silvano D’Orsi, campano d'origine, vive da decenni a Deruta in provincia di Perugia, col passare del tempo è diventato un punto di riferimento per chi vuole capire il tessuto artistico-culturale della cittadina umbra, famosa per la sua ceramica.

 

L’artista, fin dai primi lavori, viene definito “un artista monumentale”, dato che la sua arte si esprime attraverso grandi impianti compositivi, cicli creativi in cui spazia nelle diverse tecniche espressive per sovrapporre, elidere, mescolare le istanze interiori.

Le fonti a cui fa riferimento sono quelli fondamentali del nostro '900: l'astrattismo, il cubismo, il surrealismo, la metafisica.

La fonte, però, a cui dobbiamo guardare con maggiore interesse, per capire e comprendere il vulcanico atto creativo del nostro artista, è l'artista stesso. Pittore, ceramista, sculture, poeta innamorato della vita. Quel farsi epopea di se stesso attraverso una visione dinamica dell'uomo. L'uomo che osa e prova, che ama l'identità artistica come una profezia da realizzare, che non risparmia energie per affermare le proprie ragioni e motivazioni creative, che non misura mai ciò cha dà e ciò che riceve.

Nei suoi bilanci umani ed artistici c'è sempre un peso maggiore verso le relazioni umane, verso il modo di donarsi senza ritorno. Artista ottimista, quindi, solare, in cui il colore è la manifestazione di un substrato che appartiene al tempo e alla memoria. Allora c'è da chiedersi: quanto di atavico e luminoso, quanto di umano e quotidiano, quanto di imponente ed emblematico pullula nell'opera artistica di Silvano D'Orsi? Osservando, complessivamente, le sue opere, le cifre più evidenti attraverso cui si esprime l'uomo e l'artista sono, da una parte, l'adesione spontanea e naturale al linguaggio dei grandi movimenti  artistici  del primo Novecento; dall'altra, l'emergere continuo del motivo “totemico”, delle rappresentazione monumentale dell'uomo attraverso la “spiritualità espressiva”. Quella sorta di primarietà della materia (colore, argilla e metallo fuso), aspra e forte, vissuta con sensualità fastosa e brusche scansioni, la quale si riscatta mediante una forza mentale incorruttibile, che elabora e depura motivi e umori fino a farli diventare le immagini dei suoi pensieri, delle sue emozioni, dei sogni e delle meraviglie.

Ciò che più colpisce sono i suoi manichini metafisici, alla maniera di De Chirico, avvolti in sontuose stoffe dai colori sgargianti, in surreali movenze e sinuose pose, abbellite da una serie di simbologie irreali. Sembra di essere in un laboratorio teatrale, dove si perde il senso della realtà perché ci si trova immersi in quel meraviglioso mondo del teatro dove non si sa più dove inizia la finzione e cominci la realtà, come nel teatro pirandelliano.

Pare di assistere alla messa in scena di una meravigliosa opera lirica, con le sue scene, sontuosi costumi, dove gli interpreti erano i suoi manichini dipinti e le sue sculture collocate in spazi e modi diversi nel suo atelier.

Nell'epoca di tanti falsi postmodernismi attrae la figura “ciclopica” di un artista con il coraggio esplicito dell'identità.

 

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